La famiglia di pietra

Cronaca di una morte avventata
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Sinossi
Una ragazza di nome Gloria è precipitata dal terzo piano. Indagare se è caduta per sbaglio, o si è gettata, o qualcuno l’ha spinta, sarebbe compito della polizia, ma il sostituto commissario Stacroce e la vice ispettrice Pulcinelli hanno avuto istruzioni ben precise: lasciar perdere. Lasciare Gloria e i suoi familiari al loro destino: il fratello non si alza dal letto, parla da solo e sostiene di chiamarsi Argonauta Sansone Magneto, la madre è troppo confusa anche per parlare e il padre è scomparso. E poi ci sono tre ragazzi, coetanei di Gloria, che si ritrovano per le mani un articolo di giornale: “Firenze – Una ragazza di 21 anni è stata trovata morta in un appartamento di Via delle Seggiole, in pieno centro storico. L’ipotesi è…”. Sembra una cosa da niente, una chiacchiera da bar, ma il caso si farà strada poco a poco nella vita di tutti e li avvolgerà in una ragnatela di questioni irrisolte, eventi inspiegabili e assurdità, al cui centro sta il dubbio di aver contribuito alla morte di Gloria.
Autore
Gregorio Magini (1980) vive a Firenze. Lavora come sviluppatore web. Ha scritto sessantacinque racconti. È tra i fondatori della rivista letteraria Mostro e del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva. La famiglia di pietra è il suo primo romanzo.
Intervista all’autore
Una ragazza cade giù da un palazzo. Omicidio o suicidio? Il libro (forse) alla fine lo svelerà, intanto svelaci come è nata l’idea della storia.
Il germe fu un articolo di giornale, anni fa. Una ragazza cadde giù da una finestra di un Liceo. Prime pagine dei quotidiani locali per due giorni, poi più nulla. Giustamente, credo, perché non c’era altro da aggiungere che a noi, il pubblico, dovesse interessare. La storia ha avuto un suo svolgimento nel privato, di cui noi, giustamente, non sappiamo nulla. “Perché è morta?” fu una domanda che, insieme, dovette essere posta, e non doveva avere risposta. Contraddizione più che sufficiente per fondare l’ossessione necessaria alla scrittura di un romanzo.
E il titolo: La famiglia di pietra?
Le famiglie di pietra sono tre: i familiari di Gloria (la ragazza morta), bloccati dalle loro mancanze ed esigenze in quel territorio che precede il lutto, in cui non ci si può concedere il lusso di provare sentimenti; i palazzi di Firenze antica, allucinazioni di un tempo scomparso che stanno in piedi per nostalgia; e i giovani della media borghesia fiorentina, che tra queste allucinazioni devono viverci, nel contesto di un’allucinazione più vasta: che fuori dal muro, in Italia, in Europa, nel mondo, la loro classe sociale continui a costituire il motore primario della storia.
Il suicidio è un tema molto delicato da trattare. Nel libro riesci a essere efficace nel descrivere le emozioni che un tale evento comporta ma senza sovraccaricare né banalizzare il tema. Come hai fatto a non cadere nella trappola della retorica? Quali consigli daresti a uno scrittore in erba?
Caro scrittore in erba, leggi molti classici, non giocare troppo ai videogiochi, guarda poca televisione (ma vai al cinema). A parte gli scherzi, non credo che in fondo il suicidio sia un tema in sé così “delicato”. È l’idea orrifica che ce ne facciamo, a cui siamo indotti dai tabù culturali e religiosi che ancora lo circondano, a renderlo delicato. Per me invece, il suicidio è forse la morte meno spaventosa. È l’unica che possiamo scegliere. Non ne faccio alcuna apologia: a che titolo? Ma merita almeno uno sguardo lucido, come si trova per esempio nella trattazione sociologica del tema fatta da Marzio Barbagli in Congedarsi dal mondo.
Il romanzo prende di mira i giornali e il loro modo di trattare le notizie di cronaca. Quale pensi sia il problema?
I giornali fanno quello che devono: informano. Spesso male, a volte bene. Ma il punto non è questo. Ciò su cui mi interrogo, è il significato soggettivo del consumo di informazione. Le notizie non si leggono solo per essere informati, per sapere cose che ci consentiranno di fare scelte migliori in campo sociale, politico, e così via… Ci si informa anche per dare senso alla propria vita, per dire “io sono così perché questa è la realtà”. Era una funzione della letteratura, ma i lettori si rivolgono sempre più spesso al surrogato del giornalismo per avere questo tipo di risposte.
Firenze è un basso continuo nella trama. La sua bellezza lascia incantati eppure tu sei riuscito a ritrarne anche i lati più sordidi. È stato difficile?
Non definirei “sordida” la Firenze che ho descritto. Al più, misera e crudele. Non è stato difficile darne questa rappresentazione: l’ho fatto d’istinto. Al contrario, difficile è stato cercare di trasmettere anche la permanenza della sua bellezza, al di là dello sguardo ingenuo dei visitatori e dello sguardo stanco, cinico degli abitanti.
Finora hai scritto numerosi racconti e questo è il tuo primo romanzo. È stato difficile? Cosa vuol dire per uno scrittore passare dalla brevità del racconto all’impegno che comporta un romanzo?
Avrò avuto diciott’anni. Mio padre mi disse che non ero uno scrittore perché non scrivevo tutto il giorno. Naturalmente ci rimasi male, ma aveva ragione. Non ho mai trovato costanza di scrittura con i racconti. Con questo romanzo, ci sono riuscito. Sono già a metà del secondo. Detto questo, trovo forse più piacere nello scrivere racconti. Ma spesso si fraintende il significato della parola “vocazione”. Ciò che si fa per vocazione non è ciò che si fa per svago, o senza sforzo: è ciò per cui si sacrificano volontariamente le altre possibilità della propria vita.

