Don DeLillo: “Body Art”

Mr. Tuttle

Mr. Tuttle, il fantasma

Lauren Hatke, la protagonista di Body Art, direbbe del proprio autore che è uno di quegli scrittori che si ama o si odia o ci è indifferente. Puoi affrontarlo di petto, aggravando la tua libreria con la pesantezza minacciosa ma accattivante di Underworld, oppure tentarne un assaggio all’apparenza meno rischioso con l’altrettanto accattivante Body Art, cento agili paginette ottimamente inaugurate da un dubitoso “Il tempo sembra passare.” Se preferisci una via di mezzo, aggiungerebbe Lauren, DeLillo ha scritto molti altri libri di lunghezza intermedia, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Dunque DeLillo si presenta accattivante. È circondato da un’aura di grande scrittore, è citato, più spesso menzionato, in lungo e in largo. Ti convinci e cominci a leggere Body Art.

Un marito e una moglie fanno colazione.

La prima cosa che traspare è una cosa che non sai se è una grande saggezza o una grande ottusità.

Sembra saggezza, quando dice cose come:

Il pane tostato era di Rey, le previsioni del tempo invece erano sue.

Oppure:

Da ultimo tendeva a insinuarsi, a inserirsi, dentro certi articoli di giornale. Una specie di variante del sogno a occhi aperti. Lo faceva, poi si rendeva conto di farlo, e a volte dopo qualche minuto tornava a farlo con lo stesso articolo o con un articolo diverso e alla fine tornava a rendersene conto.

Sembra ottusità, invece, quando leggi:

Il pane tostato era di Rey, le previsioni del tempo invece erano sue.

Oppure:

Da ultimo tendeva a insinuarsi, a inserirsi, dentro certi articoli di giornale. Una specie di variante del sogno a occhi aperti. Lo faceva, poi si rendeva conto di farlo, e a volte dopo qualche minuto tornava a farlo con lo stesso articolo o con un articolo diverso e alla fine tornava a rendersene conto.

DeLillo sembra alla ricerca dello “strano”, cioè cerca di raccontare cose non interessanti in modo che sembrino, o diventino, interessanti. Per esempio, identificando gli interstizi tra percezione, volontà, azione e pensiero, e descrivendo quegli istanti (“Si alzò per prendere qualcosa. Guardò il bollitore e si rese conto che non era l’oggetto che voleva. Sapeva che se lo sarebbe ricordato perché succedeva sempre e infatti se lo ricordò.”). Oppure facendo parlare i personaggi non come parlano le persone ma come parlano i pensieri (“– Mi guardava. – Ti ha illuminato la giornata? – La giornata. La settimana. La vita.”). O anche stilizzando e generalizzando quasi tutte le descrizioni (“la scatola essenzialmente bianca e marrone.”).

Il resto del racconto è meno estremo, ci sono anche dei momenti più discorsivi, perfino due inserti con punti di vista esterni, ma il punto è che un simile approccio, per quanto mi riguarda, instaura un rapporto di questo tipo: autore, tu mi togli molto, facendo le cose in modo “strano”. Mi annoi, mi infastidisci, mi metti in difficoltà. Eccellente! Purché lo sforzo paghi, purché il molto che togli sia compensato da quello che darai. Molti dei miei racconti preferiti sono scritti in questo modo (uno a caso, ma non del tutto a caso: L’invenzione di Morel di Bioy Casares).

Quel che Body Art cerca di dare, non è facile da definire esattamente. La quarta di copertina dell’edizione Einaudi offre la sua onesta versione: “racconta la storia di un abbandono e traccia il diario di ogni solitudine”. Il dispositivo utilizzato è il classico dell’incertezza tra realtà e allucinazione (c’è un “fantasma”, in Body Art). La mia descrizione è: “racconta cosa accade quando il tempo si ferma” (c’è qualcuno che muore, in Body Art, e una persona che sopravvive, ma col tempo bloccato, e incontra un fantasma).

Funziona? Non funziona? È un’esperienza coinvolgente, o almeno ricca, o almeno interessante? Per molti, sembra di sì. Per me, insomma. Una persona che conosco ha smesso di leggerlo dopo trenta pagine perché lo trovava “spregevole”.

Per evitare di concludere con un futile “dipende dai gusti”, tento una considerazione meno da lettore e più da scrittore (in un esercizio di ciò che un critico di due generazioni fa potrebbe etichettare come “psicologismo”). DeLillo sembra voler superare qualcosa con Body Art. È un racconto sperimentale (sperimentalmente sperimentale, visto che la forma racconto è in sé, da almeno sessant’anni, poco altro che sperimentale). Vuole esprimersi attraverso una coscienza che non è la sua, che non è così autocosciente quanto la sua. Vuole dire qualcosa di assoluto liberandosi di tutto l’armamentario della sua vita e della sua esperienza letteraria. Lo vuole così tanto che fa finta di riuscirci. E ne è consapevole:

Vide una foglia volteggiare proprio davanti alla finestra. Era una piccola foglia color ambra, e volteggiava nell’aria sotto il ramo di un albero che si stendeva sopra il tetto. Non c’era traccia di ragnatele a cui la foglia potesse essere appesa, né fili del nido di qualche uccello. Solo la foglia, che volteggiava a mezz’aria.

Body Art, per me, racconta la persistenza del pregiudizio. Un ottimo, eccellente esempio di come non voglio scrivere.

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7 commenti a “Don DeLillo: “Body Art””

  1. Francesco D'Isa

    Me lo presti?

  2. Gregorio Magini

    Chiedilo ad @vannisantoni, è suo. Io ho deciso di non comprare più libri finché non avrò 150€ per Das Rote Buch.

  3. Francesco D'Isa

    Bastano 100 su amazon, anche se il povero Assange piange.

  4. C.J.Jung

    piglialo pure, ma se cerchi libri giza leggiti un bel bolano che non è ‘spregevole’ :)

  5. Gregorio Magini

    Infatti mi chiedevo: com’è possibile che la mia recensione ti ha fatto venir voglia di leggerlo?

  6. C.J.Jünger

    dava infatti l’idea di qualcuno alla disperata ricerca di libri da leggere, qualunque essi fossero

  7. C.J.Juno

    dico, uno che volesse leggere BA dopo siffatta rece

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