La sindrome di Ruud Gullit
domenica, 30 agosto 2009
Ho scritto un racconto in cui c’è un corridoio con appese “foto di personaggi famosi”. Nel racconto, questa è una semplice nota descrittiva che vuole caratterizzare i padroni di casa come persone a cui piacciono i personaggi famosi (o che vogliono darsi aria d’importanza in questo modo bizzarro).
Quel corridoio è ispirato a uno che ho visto davvero, dove non erano semplicemente “foto di personaggi famosi”, ma una foto di Ruud Gullit in pigiama (in una camera d’albergo, stanco ma sorridente, i boxer bianchi con stampati tanti stemmini che corrispondono credo a tante vittorie del Milan in campionato e in coppa).
Ho deciso di non inserire nel racconto questo particolare pur strabiliante e assai degno di menzione perché… È troppo strabiliante. Quella foto è assurda, surreale, allucinatoria. Ho inconsapevolmente seguito l’indicazione aristotelica:
“che in poefia era piu tofto da eleggere lo’mpofsibile congiunto col credibile, che lo’ncredibile congiunto col pofsibile”[1]
La soluzione (la mia, non quella di Aristotele) mi ha soddisfatto assai poco. E non perché io sia un fautore del naturalismo (sarei un residuo evoluzionistico quale una felce o un caimano), ma perché lo spirito di osservazione anche il più superficiale mi dice che sono tante e tali le cose “incredibili” (è detto bene da Philip Roth, forse tra i primi in questo senso, nel 1961: «La realtà ha già sempre oltrepassato il nostro talento e la cultura produce quasi quotidianamente figure che sono l’invidia di ogni romanziere»[2]) che a volerle evitare tutte finirei per descrivere una realtà alternativa certo più credibile, spiegabile, sensata della realtà effettiva, ma da questa così lontana da poter essere considerata una versione mistificata, addomesticata, salottiera insomma, della realtà contemporanea.
Ricapitolando: non posso imitare pari pari il mondo perché nessuno ci crede. Ma non posso neanche renderlo credibile perché a forza di togliere mi troverei in mano una versione, come dire, per minorenni. Mi si potrebbe obiettare che mi arrampico sugli specchi, che cerco di eludere il carattere finzionale della letteratura. Non è questo: cerco di eludere il carattere finzionale della realtà. Che cos’è infatti la foto di Ruud Gullit – pretestuoso emblema dell’incredibile – se non un ottimo elemento di fiction?
So che questo non è un problema nuovo. Ma so anche che non è un problema risolto. La sua più recente manifestazione, per me, è stata nella forma di sindrome di Ruud Gullitt:

- Così traduce Lodovico Castelvetro nel 1576. ↩
- Philip Roth, 1975, Reading Myself and others, p. 120, in Peter Carravetta, Del Postmoderno, 2009, p. 509 ↩






