La lunga marcia verso la realtà

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David Bowie – Reality

Fino a qualche anno fa non riuscivo a scrivere niente di realistico. Per giustificarmi, inizialmente, escogitai l’idea che la realtà era banale e non mi interessava. In seguito, siccome non ero e non volevo diventare un cinico misantropo, diedi la colpa alla contemporaneità e alla sua letteratura. “Il realismo non è più possibile,” mi dicevo, “perché il capitalismo ha colonizzato la realtà, e quindi ogni verosimiglianza sfocia nella parodia, nel fallimento creativo di una coscienza pubblicitaria, nella riproduzione mortifera dei meccanismi del consumo”, eccetera. À la DebordW, non riuscivo a immaginare il vero altrimenti che come momento del falso.

Questo atteggiamento mi danneggiava ancor più del precedente, perché mi poneva su un piano di falsa superiorità morale.

Poi ho iniziato a scrivere un romanzo, e quelle idee (à la Ungaretti) le ho “scontate vivendo“. La realtà mi attendeva inesplorata facendosi beffe del mio snobismo. Mi sono accorto di averne bisogno, certo molto di più di quanto lei avesse bisogno di me: mi resi conto a poco a poco che i miei futuri lettori mi avrebbero odiato, e a ragione, se non avessi fatto più di un passo verso la realtà, e così facendo anche verso di loro.

Detto questo, il confronto con la realtà in letteratura è una lotta costante e a volte angosciante. Il piano più generale su cui si svolge questo confronto è quello della riflessione teorica sulla natura del realismo. Credo che molti scrittori prendano questo problema sottogamba. Il realismo diventa una sagoma di cartone quando lo si concepisce superficialmente. Il realismo non è semplice denotazione, e neppure un armamentario di tecniche narrative. È un ethos di avvicinamento alla realtà, un desiderio di verità. Se non si tiene conto di questo, l’ethos se ne va a pescar lucci nei laghetti del “contenuto”, del “significato dell’opera”, del “ragionamento a monte”; mentre le tecniche si mettono al servizio di una realtà vuota e insignificante. Non è che intenda il realismo come qualcosa di necessariamente appassionato, pieno di emozioni: il suo modo di inserirsi nei testi è paragonabile a quello di un sistema di accenti, le cui marcature concorrono nel generare i passaggi in cui il testo in un certo senso esce dalla superficie scritta e si mette in rapporto con altro. Il realismo è per me un metalinguaggio letterario: non “una delle tante frecce nella faretra di un autore” (come si esprime Wu Ming 1 nella nota “La questione del ‘realismo’” nel memorandum New Italian Epic 2.0 – lo cito qui perché con Vanni Santoni avevo già tirato in ballo la questione in Verso il realismo liquido), ma l’arco con cui si lanciano.

I diversi tipi di “accenti” del realismo sono tanti quante sono le sue incarnazioni nella storia, per cui non è possibile inserirli in un sistema coerente che chiuda per sempre la questione. Riconoscerli però è facile: sono quei punti in cui si salta su e si esclama: “Questo è vero!”. È facile anche accertarne l’assenza: le frasi scivolano, la scrittura si fa arida e banale come la realtà con cui lo scrittore tratto in inganno dalle proprie paure credeva di aver a che fare.

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata
Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede
La morte
si sconta
vivendo

Un commento a “La lunga marcia verso la realtà”

  1. Francesco

    Nessuna paura e nessuna pietà per la vecchia realtà.
    http://www.metalupdate.com/img/nevermorealbum.jpg

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