La famiglia di pietra è disponibile nelle librerie online e offline. Dettagli.
Un estratto su Scrittori precari: Qualcosa di incomprensibile che non c’entrava niente
martedì, 7 dicembre 2010
La famiglia di pietra è disponibile nelle librerie online e offline. Dettagli.
Un estratto su Scrittori precari: Qualcosa di incomprensibile che non c’entrava niente
domenica, 19 giugno 2011
In questi giorni sono usciti due miei racconti:
(per Collettivomensa: CAPEZZONE)

(racconto collettivo per Prospektiva 53, scritto col metodo SIC e scaricabile anche da scritturacollettiva.org)

martedì, 18 gennaio 2011

Mangialibri mi ha posto alcune domande impegnative su La famiglia di pietra. Potete leggere l’intervista sul loro sito:
domenica, 16 gennaio 2011
[In riferimento alla sua proposta di rimuovere libri sgraditi dalle biblioteche del Veneto.]
Gentile Assessore Speranzon
La sua proposta di rimuovere libri di autori sgraditi a lei e alla sua fazione politica dalle biblioteche del Veneto richiama le peggiori pratiche di dittature e oscurantismi di ogni epoca e paese.
Poiché lei è uomo di cultura, sono certo di non aver bisogno di ricordarle che uno dei suoi autori preferiti, Aleksandr Solženicyn, fu esiliato dal suo paese per i libri che aveva scritto.
Allo stesso modo, non ho motivo di dubitare che lei, come rappresentante delle istituzioni, ha ben chiari i pericoli posti alla libertà dell’uomo da uno Stato che si pone come giudice e censore delle idee che circolano tra i suoi cittadini.
Lei sa bene che Yukio Mishima e Marguerite Yourcenar, altri due autori che figurano nella lista dei suoi preferiti, erano omosessuali. Lei certamente rammenta che l’infame rogo di libri organizzato dai nazisti il 10 maggio del 1933 ebbe luogo in occasione della distruzione e del saccheggio dell’Istituto per la scienza della sessualità di Berlino che si era distinto, fra le altre cose, nella promozione dei diritti degli omosessuali.
Sicuro di farle cosa gradita, riporto una citazione da Memorie di Adriano:
“Fondare biblioteche, è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.”
Se i distruttori di libri avessero vinto, queste righe non esisterebbero più.
La invito a ritrattare la sua proposta. Chieda scusa. Chieda scusa ai suoi elettori, a tutti gli italiani e a se stesso.
Le porgo cordiali saluti e la autorizzo, nel caso volesse perseverare nella sua perversa e stupida presa di posizione, a candidarmi fra gli autori posti all’Indice.
In fede
Gregorio Magini

domenica, 26 dicembre 2010

Mr. Tuttle, il fantasma
Lauren Hatke, la protagonista di Body Art, direbbe del proprio autore che è uno di quegli scrittori che si ama o si odia o ci è indifferente. Puoi affrontarlo di petto, aggravando la tua libreria con la pesantezza minacciosa ma accattivante di Underworld, oppure tentarne un assaggio all’apparenza meno rischioso con l’altrettanto accattivante Body Art, cento agili paginette ottimamente inaugurate da un dubitoso “Il tempo sembra passare.” Se preferisci una via di mezzo, aggiungerebbe Lauren, DeLillo ha scritto molti altri libri di lunghezza intermedia, non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Dunque DeLillo si presenta accattivante. È circondato da un’aura di grande scrittore, è citato, più spesso menzionato, in lungo e in largo. Ti convinci e cominci a leggere Body Art.
Un marito e una moglie fanno colazione.
La prima cosa che traspare è una cosa che non sai se è una grande saggezza o una grande ottusità.
Sembra saggezza, quando dice cose come:
Il pane tostato era di Rey, le previsioni del tempo invece erano sue.
Oppure:
Da ultimo tendeva a insinuarsi, a inserirsi, dentro certi articoli di giornale. Una specie di variante del sogno a occhi aperti. Lo faceva, poi si rendeva conto di farlo, e a volte dopo qualche minuto tornava a farlo con lo stesso articolo o con un articolo diverso e alla fine tornava a rendersene conto.
Sembra ottusità, invece, quando leggi:
Il pane tostato era di Rey, le previsioni del tempo invece erano sue.
Oppure:
Da ultimo tendeva a insinuarsi, a inserirsi, dentro certi articoli di giornale. Una specie di variante del sogno a occhi aperti. Lo faceva, poi si rendeva conto di farlo, e a volte dopo qualche minuto tornava a farlo con lo stesso articolo o con un articolo diverso e alla fine tornava a rendersene conto.
DeLillo sembra alla ricerca dello “strano”, cioè cerca di raccontare cose non interessanti in modo che sembrino, o diventino, interessanti. Per esempio, identificando gli interstizi tra percezione, volontà, azione e pensiero, e descrivendo quegli istanti (“Si alzò per prendere qualcosa. Guardò il bollitore e si rese conto che non era l’oggetto che voleva. Sapeva che se lo sarebbe ricordato perché succedeva sempre e infatti se lo ricordò.”). Oppure facendo parlare i personaggi non come parlano le persone ma come parlano i pensieri (“– Mi guardava. – Ti ha illuminato la giornata? – La giornata. La settimana. La vita.”). O anche stilizzando e generalizzando quasi tutte le descrizioni (“la scatola essenzialmente bianca e marrone.”).
Il resto del racconto è meno estremo, ci sono anche dei momenti più discorsivi, perfino due inserti con punti di vista esterni, ma il punto è che un simile approccio, per quanto mi riguarda, instaura un rapporto di questo tipo: autore, tu mi togli molto, facendo le cose in modo “strano”. Mi annoi, mi infastidisci, mi metti in difficoltà. Eccellente! Purché lo sforzo paghi, purché il molto che togli sia compensato da quello che darai. Molti dei miei racconti preferiti sono scritti in questo modo (uno a caso, ma non del tutto a caso: L’invenzione di Morel di Bioy Casares).
Quel che Body Art cerca di dare, non è facile da definire esattamente. La quarta di copertina dell’edizione Einaudi offre la sua onesta versione: “racconta la storia di un abbandono e traccia il diario di ogni solitudine”. Il dispositivo utilizzato è il classico dell’incertezza tra realtà e allucinazione (c’è un “fantasma”, in Body Art). La mia descrizione è: “racconta cosa accade quando il tempo si ferma” (c’è qualcuno che muore, in Body Art, e una persona che sopravvive, ma col tempo bloccato, e incontra un fantasma).
Funziona? Non funziona? È un’esperienza coinvolgente, o almeno ricca, o almeno interessante? Per molti, sembra di sì. Per me, insomma. Una persona che conosco ha smesso di leggerlo dopo trenta pagine perché lo trovava “spregevole”.
Per evitare di concludere con un futile “dipende dai gusti”, tento una considerazione meno da lettore e più da scrittore (in un esercizio di ciò che un critico di due generazioni fa potrebbe etichettare come “psicologismo”). DeLillo sembra voler superare qualcosa con Body Art. È un racconto sperimentale (sperimentalmente sperimentale, visto che la forma racconto è in sé, da almeno sessant’anni, poco altro che sperimentale). Vuole esprimersi attraverso una coscienza che non è la sua, che non è così autocosciente quanto la sua. Vuole dire qualcosa di assoluto liberandosi di tutto l’armamentario della sua vita e della sua esperienza letteraria. Lo vuole così tanto che fa finta di riuscirci. E ne è consapevole:
Vide una foglia volteggiare proprio davanti alla finestra. Era una piccola foglia color ambra, e volteggiava nell’aria sotto il ramo di un albero che si stendeva sopra il tetto. Non c’era traccia di ragnatele a cui la foglia potesse essere appesa, né fili del nido di qualche uccello. Solo la foglia, che volteggiava a mezz’aria.
Body Art, per me, racconta la persistenza del pregiudizio. Un ottimo, eccellente esempio di come non voglio scrivere.
giovedì, 7 ottobre 2010
Spesso leggo mentre cammino per la strada. Da quando mi è stato fatto notare che è una cosa strana, ho iniziato a controllare se c’è qualcun altro che lo fa, ma finora non ho avvistato nessun altro lettore ambulante. Presumo che leggerei in metropolitana, se a Firenze ci fosse una metropolitana. Ma abito pure in centro, lavoro a casa (cinquecento spiriti coraggiosi hanno avuto l’ardire di chiamarlo “telependolarismo”), davvero non ho molte occasioni di usare un mezzo pubblico per leggere.
Faccio anche un’altra cosa bizzarra con i libri: ogni volta che ne finisco uno aggiungo una riga a un foglio di calcolo. L’altro giorno per esempio ho aggiunto:
| Data | Autore | Titolo | Pagine |
| 5/10/2010 | Saramago | Storia dell’assedio di Lisbona | 336 |
Dal mio foglio di calcolo posso ricavare molte informazioni interessanti. Per esempio:
Posso anche fare dei grafici. Ecco l’andamento del numero di pagine lette da maggio 1998 (appena maggiorenne) a oggi:

(i libri del 1998 sono nella colonna 1999)
Lo so, il 2007 è stato un brutto anno.
«Ma a noi che ce ne frega di tutto questo?»
Come che ve ne frega? Allora perché siete tutti su Anobii a shelfare stellinare taggare, addare e recensire libri?
Noi lettori in pubblico siamo sempre più numerosi. Come lettore, sono orgoglioso di essere un precursore di questa mania. Come scrittore, mi piace l’idea di non poter parlare a vanvera di libri che non ho letto, perché le mie letture sono pubbliche (non proprio tutte: non ho ancora fatto la fatica di importare il mio obsoleto foglio di calcolo su Anobii). Mi piace poter dire che quello che so della letteratura universale è tutto lì, in quei 391 libri. Sicuramente nessuno mi prenderà mai per un trombone.
Come blogger, confesso che questo articolo serve in realtà ad annunciare che scriverò una recensione di ogni libro appena letto. La prima sarà, ma guarda in che casino mi vado a ficcare, su Storia dell’assedio di Lisbona di José Saramago.